Ultimo aggiornamento:  16 Novembre 2021

“Storia sociale, economica e politica della famiglia Serangeli di Velletri” di Franco Lazzari

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  • Grazie alla ricca documentazione che le riguardano, le vicende di una famiglia d’elevata condizione possono senz’altro rivelare significativi aspetti del modello sociale, culturale ed economico di un’epoca. Assai più della ricostruzione dei vari quadri genealogici, dei rapporti di parentela e affinità, delle linee di discendenza o dei tratti biografici di singoli componenti dei Serangeli di Velletri, ciò che interessa maggiormente il lettore in questo denso libro di Franco Lazzari, è quindi la possibilità di cogliervi attraverso cinque secoli di storia, dal pieno Medioevo al Novecento, le molteplici trasformazioni subite dalla comunità cittadina. Grazie alla sua prolungata e meticolosa consultazione delle fonti d’archivio – su cui peraltro mostra di fondarsi sempre il lavoro storiografico dell’autore – sono infatti emerse numerosissime indicazioni che gli hanno permesso di soffermarsi su alcuni dei più significativi mutamenti che la società veliterna ha conosciuto a livello politico, economico-produttivo e urbanistico, ma anche nel campo dei comportamenti e della mentalità.

    La suggestiva indagine di Lazzari sulle tracce della famiglia Serangeli parte da un’instantia notarile del 1494 nella quale si registrava un debito maturato nei confronti di un certo Giacomo Angeli Frecciaroli (I Serangeli prima dei Serangeli [secc. XIV-XV], pp. 13-17). Veniamo così a sapere che, ancora alla fine del XV secolo, la necessità di definire con migliore precisione un individuo – e tanto più se in forma scritta, come in questo caso – si ancorava da un lato al suo patronimico (Angeli), dall’altro a toponimici o altri elementi, ad esempio, l’indicazione di un mestiere (Frecciaroli). Dal minuzioso scavo archivistico dell’autore, possiamo tuttavia ricavare un dato molto significativo circa la progressiva affermazione nella città dei cognomina. L’epiteto Frecciarolo derivava infatti dal nonno del nostro Giacomo, ovvero Giovanni Lelli Ioannis Marci – personaggio la cui presenza è attestata in un Consiglio comunale del 1406 –, il quale svolgeva, per l’appunto, il mestiere d’innestare le punte di metallo sulle aste in legno delle quadrelle che armavano i temibili balestrieri veliterni. Ora, dal momento che suo figlio, Angelo Frecciaroli, fu una figura di rilievo nella vita politica comunale, tanto da rivestire a più riprese, nella seconda metà del Quattrocento, la carica di sindaco generale e meritarsi, perciò, il titolo onorifico di sere, cioè signore, diventa facile comprendere come si sia giunti al nome di famiglia Serangeli. Con tutta evidenza, è così possibile cogliere anche nella particolare realtà di Velletri il lento e graduale passaggio al nome doppio, in prevalenza patronimico, che costituì la via ordinaria attraverso cui nell’Italia centrale bassomedievale s’arrivò all’imposizione delle forme cognominali. Credo si tratti di un contributo non da poco del lavoro di Lazzari e che merita d’essere senz’altro sottoposto a verifica attraverso ulteriori studi o sondaggi, con l’obiettivo di definire sempre meglio la possibile linea evolutiva dell’onomastica familiare cittadina.

    Definite le origini della casata, la ricerca passa poi a ricostruirne le vicende nel corso del Cinquecento. Attraverso l’esame di contratti matrimoniali, atti dotali, testamenti, ma anche lo spoglio dei registri parrocchiali, l’autore segue l’evolversi dei Serangeli in diversi rami, il primo dei quali ad essere attestato è quello dei Pagnotta, che s’impose alla metà del secolo come chiara derivazione da un soprannome individuale (Serangelo, Marco, Sebastiano e Giovanni Battista figli di Giacomo [sec. XVI], pp. 19-31). A questo, se n’affiancò poi un secondo, quello dei Serangeli Velocci, soprannome dall’incerta origine (I Serangeli Velocci, pp. 33-40), infine un terzo, di provenienza corese (I Serangeli da Cori, pp. 41-51). Quest’ulteriore ramo della famiglia, che non aveva verosimilmente nessun rapporto di parentela con i Serangeli già stanziati a Velletri, vi si dovette trasferire all’indomani del Sacco di Roma del 1527, un periodo che – come rileva Lazzari – si mostrò ricco d’opportunità e di crescita per la città, tanto economica quanto demografica. Sposarsi con giovani donne velletrane, specialmente se rimaste orfane, fu allora la via che molti immigrati scelsero per acquisire la cittadinanza e, secondo la testimonianza delle fonti, così accadde anche per i Serangeli de Cora.

    Rispetto a quanto attestato per il XV secolo, ciò che tuttavia colpisce è che in questa fase, nella quale se n’andarono via via definendo l’articolazione e le varie ramificazioni, non sia più possibile annoverare con certezza la famiglia tra le cosiddette nobili e consolari, i cui componenti potevano accedere agli organi di governo della città (p. 27). Se tale scomparsa dalle cariche pubbliche non impedì che agli inizi del XVIII secolo i Serangioli alias Pagnotta fossero ancora citati tra di esse nelle inedite Tessere gentilizie compilate dal p. Antonio Maria Barberi – una sorta di registro delle più eminenti famiglie di Velletri, nel quale se ne riproduce anche per la prima volta lo stemma –, ciò dovette comunque pesare sulla loro ascrizione al ceto nobiliare cittadino. A dispetto delle ripetute istanze avanzate nel corso del tempo affinché ne fosse riconosciuto l’elevato status sociale, la famiglia riuscì infatti a farne parte solo nei primi decenni dell’Ottocento.

    Al termine dei capitoli dedicati alla ricostruzione genealogica dei Serangeli tra Cinquecento e Seicento, Lazzari trae dalla messe di dati raccolti, alcuni degli spunti di più grande interesse del libro, in grado d’illuminarci su fatti e caratteri della società contemporanea (Alcuni appunti sulla società veliterna tra Cinquecento e Seicento, pp. 55-75). È il caso delle annotazioni sulla grave pestilenza del 1656 che, a dispetto dell’adozione di severe misure volte a limitare il contagio – dall’istituzione dei lazzaretti (uno maschile e l’altro femminile) allo scavo di fosse per la sepoltura dei morti al di fuori dalle mura urbiche, dall’affidamento dell’assistenza ai malati ai frati Cappuccini alle vendite porta a porta organizzata dai negozianti locali –, causò la riduzione della popolazione di Velletri di oltre un terzo. L’individuazione di colui che avrebbe introdotto la peste in città in un homo vile proveniente dalla Terra di Giuliano, offre inoltre all’autore l’opportunità per riflettere sulla stratificazione piramidale della società veliterna in ancien régime. Al suo vertice troviamo il patriziato che, attraverso il vescovo, signore e governatore della città, aveva finito per integrarsi sempre più, in un’ottica politica anti-baronale, con la Curia romana: come sintetizza Lazzari, «Velletri era dunque una di quelle città di medie dimensioni demografiche, forte della sua tradizione di autogoverno comunale, che contribuiva alla formazione di patriziati riconosciuti dal potere pontificio e dai vari ordini cavallereschi» e che «si integravano a meraviglia con le istituzioni centrali fornendo allo Stato tecnici del diritto, militari e vescovi, ricevendo in cambio la possibilità di governare la politica locale e segnare così in profondità la struttura urbanistica ed economico-sociale» (p. 62). Al di sotto del patriziato e in posizione intermedia rispetto al popolo vile che occupava il fondo della piramide, vi era la classe mercantile, la cui buona disponibilità di denaro era per lo più investita nell’acquisto di utili domini di vigna e di bestiame da assegnare in soccida. Credo sia possibile condensare la filosofia di vita di questo ceto in una massima tratta da L’amor fido, commedia scritta nel 1633 da Marco Antonio Bassi, servitore – com’egli stesso si definisce – del nobile Gaspare Pagani di Velletri: «Chi ben considera il stato della vita humana, conoscerà, che in ogni tempo è colma di continui pensieri e spesse volte d’affanni» (p. 65). Parole che indubbiamente aprono ampie possibilità di riflessione sul piano della storia della mentalità, al pari delle acute annotazioni di Lazzari sulla condizione femminile, che le fonti d’archivio dimostrano ulteriormente vincolata dall’imporsi della Controriforma cattolica.

    La ricostruzione delle vicende della famiglia Serangeli riprendono dalla contrapposizione che nella seconda metà del XVI secolo vide la comunità veliterna dividersi ancora tra due schieramenti, uno filo-papale e l’altro filo-imperale, particolarmente vicino alla famiglia Colonna (La linea dinastica di Giovanni Battista di Giacomo, pp. 77-88). Proprio l’appoggio dato dai Serangeli al partito colonnese viene anzi letto da Lazzari come la causa del netto ridimensionamento sociale imposto alla famiglia, che all’epoca impedì la sua cooptazione nella neo-costituita aristocrazia cittadina.

    L’indagine genealogica si sviluppa poi ancora sul filo della documentazione archivistica (Maurizio di Domenico di Serangelo [a. 1570-1612], pp. 89-95; La linea dinastica di Silverio di Maurizio [a. 1588 – a. 1625], pp. 97-140; La linea dinastica di Giuseppe di Maurizio, pp. 141-213; La linea dinastica di Marco di Domenico di Serangelo, pp. 215-257). Tra lasciti testamentari, ipoteche, stipule di censi, contratti societari, atti di pace (una procedura caratteristica dello Stato pontificio in base alla quale il condannato poteva estinguere la pena risarcendo la famiglia dell’offeso e contestualmente pagando una penale alle casse comunali), acquisti di utili domini di vigna, transazioni immobiliari, l’autore ricompone così le vicende dei diversi rami familiari lungo un arco temporale che si spinge fino al secolo scorso: ne emergono profili biografici d’interesse non secondario per la storia locale, il cui repertorio sarà senz’altro utile per future ricerche. Tra di essi spicca la figura del notaio Giovanni Serangeli († 1754), protagonista di una causa giudiziaria generata dalla sua ingiustificata espulsione dalla cancelleria vescovile, controversia che comunque non ne impedì la scalata economica e sociale. Artefice del rilancio finanziario della famiglia, con le sue istanze – in seguito riprese con rinnovato vigore dai suoi successori – ne favorì anche il reintegro nei «diritti ed onori del ceto nobile, a cui una volta apparteneva», definitivamente sancito dal cardinale Giulio Maria Della Somaglia il 16 luglio 1829 (p. 189).

    In una prospettiva genealogica, il riconoscimento dello status nobiliare dei Serangeli Pagnotta è tuttavia sopravanzato da un ulteriore dato di grande importanza. Dalla fine del XVIII secolo, le diverse linee generazionali derivate dalla famiglia di Velletri si allontanarono fortemente l’una dall’altra, al punto che finirono per affermarsi nuovi appellativi per identificare i loro rispettivi componenti (Da Serangeli Pagnotta a Tappari, Soricari e Patriarca, pp. 259-263). Accanto al ramo che poco più tardi sarebbe stato cooptato nell’aristocrazia locale, ne nacquero perciò altri che assunsero presto cognomi imposti dalle attività lavorative esercitate dai loro capostipiti: mestieri umili, ma essenziali per l’economia dell’epoca, come la fabbricazione dei tappi di sughero impiegati nella vinificazione, da cui proviene l’appellativo Tappari, o la posa di trappole per catturare topi e altri animali in grado di compromettere il raccolto nei campi, da cui deriva quello Soricari. Nel caso dei Patriarca, la scelta fu invece d’identificarsi con il loro antenato eponimo, quel proietto dell’ospedale romano di S. Spirito in Saxia battezzato in modo così singolare che nel 1720 era stato adottato da Giovanni e Damia Serangeli.

    Anche al termine di questa seconda partizione cronologica della sua ricerca, Lazzari trae dall’ampia consultazione della documentazione archivistica sette-ottocentesca un essenziale profilo della società veliterna (La società velletrana nel XVIII e XIX secolo, pp. 265-279). Ne emerge il persistere, ancora in pieno Settecento, dell’assoluta subalternità di quello che le carte definiscono il «femmineo ed imbecille sesso», spia inequivocabile dell’arretratezza culturale dello Stato pontificio, ma anche la precarietà di vita d’una popolazione costantemente afflitta dal passaggio di truppe straniere, come testimonia lo scoppio nel 1736 di una rivolta generale al grido: «Non ci volemo gli spagnoli». Situata com’era lungo la via consolare o postale, uno dei principali itinerari in direzione di Napoli, Velletri divenne allora un punto di transito obbligato per le armate che attraversavano la regione, dalle quali subì vessazioni e soprusi che non poterono certo essere compensati da altri eventi più fausti, ma dagli effetti molto più effimeri, come il breve soggiorno nel 1738 di Maria Amalia di Sassonia o trent’anni più tardi di Maria Carolina d’Asburgo, entrambe in procinto di salire sul trono del Regno delle Due Sicilie.

    La frattura maggiormente significativa si sarebbe tuttavia avuta a seguito della proclamazione della Repubblica romana nel 1798, non tanto per il favore popolare di cui godette – il quale rimase sempre limitato e largamente strumentale –, né per le labili riforme economiche e sociali che introdusse, quanto «poiché per la prima volta nei domini della Chiesa venivano stabiliti ordinamenti fondati sulla separazione dei poteri» (p. 278). Si gettò allora quel seme che, rimasto sottoterra lungo gli anni bui della Restaurazione pontificia, riuscì a germogliare durante la breve esperienza della seconda Repubblica romana del 1849, ed infine a dare frutto nel clima euforico suscitato dalla pur sfortunata spedizione garibaldina del 1867, quando la popolazione di Velletri s’espresse largamente a favore dell’unificazione al Regno d’Italia.

    In conclusione, mi pare emerga con chiara evidenza il valore del libro di Lazzari, dal quale è auspicabile che molti lettori possano trarre ispirazione per ampliarne o approfondirne le ricerche; è tuttavia importante non illudersi che si tratti di un lavoro semplice: la genealogia, in quanto ramo delle scienze storiche, esige infatti conoscenze accurate, l’accumulo di una grande quantità di materiali e una sconfinata dose di pazienza. Tutti motivi per cui essere grati all’autore della sua fatica.

    Il volume è opportunamente corredato da un’Appendice nella quale sono trascritti tre documenti tratti dall’Archivio notarile di Velletri, nonché la composizione del Collegio elettorale del circondario di Velletri ricavata da un testo a stampa (pp. 281-292). Seguono l’indicazione delle Fonti d’archivio e bibliografia consultate (pp. 293-300), l’Indice delle tavole e delle figure presenti nel testo (p. 310) ed infine un dettagliato Indice dei nomi e di luogo (pp. 303-349).

    Clemente Ciammaruconi

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