Certi libri di storia riportavano una semplicissima tabella su un aspetto della rivoluzione industriale inglese. Due serie di cifre, accoppiate: la prima indicava un anno, la seconda le ore giornaliere di lavoro in vigore in esso.
Partiva dal 1800, con accanto 15 ore, arrivava alle soglie del 1900 con 8 ore. Tra questi estremi tanti valori intermedi, comunque ognuno sempre minore del precedente.
La tabella non riportava la forza che aveva spinto in avanti quel processo: quella di quegli operai che, con riunioni, manifestazioni, comizi, scioperi, scontri sanguinosi, di quei deputati che avevano raccolte, presentate in parlamento e votate le leggi che portavano il lavoratore da un dannato a morire di fatica prima dei quarant’anni ad un uomo che poteva sopravvivere, e per anni, dignitosamente, con la pensione, anche non lavorando.
In una parola quel “trend” era stato verso una umanizzazione del lavoro, che anche i regimi totalitari del ‘900, a parte i lager hitleriani e staliniani, ed in parte lo stesso capitalismo USA non trovarono necessario contrastare, e che era stata indicata da tutti i papi che si erano occupati di lavoro, a partire da Leone XIII. L’inversione di cui parlo c’è stata invece dopo e, lubrificata da paroline apparentemente innocenti- efficienza, flessibilità, esubero-dall’ammorbidimento sempre più cedevole dei sindacati, dall’innamoramento sempre più incontenibile dei partiti di sinistra per la mistica imprenditorial-aziendalistica, dalla riscrittura dello statuto dei lavoratori da parte di “giuslavoristi” , come ufficialmente definiti, ma, da quello che hanno scritto, “giuspadronisti”, ha portato le ore di lavoro a quelle che sono oggi, che ognuno di voi conosce, e che domani potranno ancora crescere.
Inoltre, sullo slancio di quella migratoria, un’altra ondata ha investito il mondo del lavoro, quella del “lavoro nero”. Ed è qui che l’inversione di marcia ha raggiunto livelli inconfrontabili col “lavoro in regola” nello sfondamento di qualsiasi barriera protettiva della dignità umana. Le famose 15 ore del tessitore del 1800 inglese rivivono nel terzo millennio tra i meloni o i kiwi dell’agro veliterno. Sono venuto al punto, di cui al titolo: la micidialità di questa inversione.
Un incidente sul lavoro ha sempre e comunque come causa o almeno concausa uno stato di stanchezza. “Lavorare stanca”. Anche se questo titolo di Luciano Bianciardi oggi farebbe storcere il naso perfino ai sindacati. Quello stato psichico di lotta contro se stessi, di coraggio nel disprezzare la fatica, di timore d’essere licenziato se non ce la fai, produce necessariamente un allentamento dell’attenzione a ciò che sta intorno o anche vicino, un minor timore del pericolo, o addirittura una sospensione temporanea del senso di esso. Condizione ideale per l’incidente. Che può esser mortale quanto più la lotta è estrema.
Ora, la lunghezza dell’orario di lavoro è fisiologicamente, ergonomicamente, matematicamente causa di stanchezza estrema sul lavoro, quindi delle possibili conseguenze. Un altro particolare. Sono incidenti sul lavoro a tutti gli effetti quelli avvenuti per andare e tornare dal lavoro. Chi guida una bici, una moto, una macchina ad un’ora impossibile, imposta dai turni schiavili del padrone, prima dell’alba, ancora intorpidito e stordito dalla fatica non smaltita del giorno prima, o a tarda sera, ubriaco della fatica della giornata, può perdere il controllo, e non per sua colpa.
Non ho scritto niente di strano o neppure nuovo, ma l’ho fatto perché nel coro di voci che si levano sulla “strage di lavoratori” non ne ho sentita nessuna tirar fuori quanto ho cercato di dire qui. Ovviamente ritengo sacrosanto invocare le misure di prevenzione, ed a carico dei datori di lavoro, i maggiori controlli degli ispettori del lavoro, gli interventi della magistratura contro il supersfruttamento e privazione di diritti, per esempio dei riders, ma ho cercato d’andare più a fondo.