È il 63esimo anniversario della scomparsa di Giovanni Scavo, ed ho qualcosa di ben preciso da tirar fuori dalla mia memoria per l’occasione. Esisteva, dai primissimi anni cinquanta, la società atletica ACLI Velletri, animata dal cartolaio Aldo Mammucari. Era formata da vignaroli giovani, ma comunque temprati da anni di lavoro dei campi, ed alcuni meno giovani. L’attività consisteva massimamente in corse di fondo, tra i 6 ed i 10 chilometri, organizzate sia in singole contrade dell’agro veliterno, sia in altre città del Lazio, come Cori, Anzio, Alatri, Viterbo. Il fondo era generalmente o sterrato o selciato con quei blocchetti oblunghi, mal livellati, che lo rendevano più massacrante del “pavé” fiammingo, i dislivelli del percorso generalmente notevolissimi, cioè discese a rompicollo e salite mozzafiato.
I due grandi nomi tra questi “stradisti” erano Fabio Lunatici e Fiorenzo Bartolucci, seguiti da Adriano Costantini, di Giulianello, Cirillo Priori, Rino Rossi, Mario Taddei, Riziero Montagna, Candidi, Masi, Tartaglia, Ramacci, Roccasecca, Magni, Cipriani. Tra quei cursori c’era un ragazzo, studente, che abitava nella cerchia urbana di Velletri: Manlio Zaccari.
Fu per questo che Aldo Mammucari, quando un sedicenne studente del “Battisti”, presentatosi come Giovanni Scavo, gli chiese di accettarlo nella società, gli disse di prendere contatto con quel ragazzo per una sgambata iniziale al campo sportivo. Manlio, che aveva circa un anno più di lui, si rese immediatamente conto del valore atletico di quell’adolescente abbronzato, coi capelli a spazzola e lo sguardo serio. Essendo nato scattista, volle giocare questa carta contro quel “nuovo”, e lo sfidò sui 100 metri, riuscendo a farcela d’un soffio. Non avrebbe mai dimenticato quel suo primo incontro atletico col futuro campione.
Un terzo studente- atleta, ancora del “Battisti”, coetaneo di Manlio, iscritto alla “Libertas Giammei” dominava dall’alto un altro settore della corsa, quello delle campestri su prato, ed a livello laziale. Nel 1953, campione d’istituto del “Battisti”, partecipò ai campionati studenteschi provinciali romani di cross sui 1500, piazzandosi tra i primissimi. Giovanni Scavo, nella sua scia, decimo, dimostrò come circa due anni passati a “mordere” le più sgradevoli durezze delle corse su strada, a “bersi” di slancio le salite, a convivere col tasso di sofferenza che quei percorsi dove si doveva sputare l’anima, erano stati un viatico insostituibile per arrivare a quel livello, e, a maggior ragione, per il suo trionfo con distacco nella campestre provinciale del ’54, la sua “aurora”.
Nella quale campestre altri due “testati” dalla “strada”, studenti del “Mancinelli” , si piazzarono nella fascia alta dei 500 selezionati. Augusto Venanzi, lanuvino, che s’allenava sulla scia di Egilberto Martufi, maratoneta olimpico ad Helsinki, e Luigi Arcarese, che si “rodava” competendo coi vignaroli di Aldo Mammucari su un percorso da Largo Guido Nati a porta napoletana a Santa Maria dell’orto e ritorno. Prima dell’aurora.
Quando un chiarore vittorioso trasforma un grigio sordo e cupo nella visione d’un bordo luminoso di nube, o rivela il fianco d’un monte.
Mi sembra di vedere, a quell’ora, in un giorno di gara, Giovanni Scavo, appena alzato ficcare nella sacca una maglietta (la tuta era un lusso per grandi occasioni), ed uscire nel buio, a passo svelto, (non c’erano pulmini per atleti o circolari) per arrivare, “riscaldato” meglio e prima degli altri, a Casale, a Colle Ottone, ad Acqua Lucia, dove c’era la linea di partenza e d’arrivo della corsa. Forse gli attimi più belli della sua vita, quelli delle prime vittorie sulla pigrizia, la paura, la fatica, quando, nel pulsare più forte e caldo del sangue, presentiva il dispiegamento formidabile della forza futura.