Ultimo aggiornamento:  4 Giugno 2022

Il vuoto che annoia

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  • Un tempo frequentavo gli incontri mensili del clero, dove l’anima si doveva rinfrancare e dove la mente doveva  trovare nuovi stimoli per un apostolato più aderente alla realtà. Gli approfondimenti di natura teologico-pastorale venivano proposti da  confratelli esperti in talune discipline. E ce la mettevano tutta sapendo benissimo di rivolgersi ad un pubblico particolarmente esigente e severo nei giudizi. Anch’io, da buon prete, provavo a esprimere pareri in quella sede, manifestando, spesso, serie riserve a proposito di certi insegnamenti.

    Dopo la conferenzina seguiva un gran silenzio… Ci si guardava in faccia con la speranza che fosse l’altro a prendere la parola. Quegli attimi erano il guado da attraversare, perché  dalla teoria bisognava passare alla pratica, dalle belle parole alle soluzioni concrete, dal discorso colto alla fatica di tradurlo in linguaggio comprensibile.

    In quegli incontri i rapporti tra noi sacerdoti risultavano sfilacciati e rancorosi. Non c’era amore tra di noi, ma solo antagonismo;  c’era invidia, quella che disturba i rapporti fraterni; c’era maldicenza, la stessa che rimbalza di sacrestia in sacrestia quotidianamente. In quel contesto mancava a noi preti il coraggio di essere sinceri nell’umiltà.

    Magistero e popolo di Dio marciavano su due binari diversi e non trovavano alcuna stazione dove fermare le carrozze per favorire un incontro onesto con la gente che sul marciapiede attendeva e attende ancora fiduciosa.

     Ancora oggi mi chiedo dov’era l’entusiasmo di noi preti nell’annunciare il messaggio cristiano dalle dimensioni  universali; dov’era l’impegno nel dare risposte vere ad una umanità sofferente…

    Non so rispondere a domande del genere, penso solo, e timidamente, che ad assicurare al lavoro pastorale una dimensione giusta gli strumenti più adatti debbano essere la “contemplazione” e la “passione”. La contemplazione che apre spiragli interessanti all’osservazione disincantata del fatto umano e la passione che,  a sua volta, conduce con forza ad infilarsi anima e corpo nella realtà contemplata, facendone, nel bene e nel male, un’iniezione di vita.

    Una signora mi scrive:

     Lei non fa miracoli certo, e io non voglio questo, vorrei essere aiutata a trovare la maniera per insegnare a mio figlio che oltre alla scuola, la famiglia e gli amici, c’è anche altro che può essere davvero interessante e sano. Feci con lei la preparazione al Battesimo di Giovanni, ricordo era un giorno particolare di festa e non c’era un prete per noi. Venne lei che era lì di passaggio, ricordo che rimasi molto colpita dal suo modo di parlare…

    Ricordo anch’io il fatto cui fa riferimento la mamma di Giovanni. Mi fecero tenerezza quei due diaconi che insieme non riuscivano a fare un prete nello svolgere il compito delicatissimo di preparare genitori e padrini al battesimo dei neonati. Mi salutarono i due diaconi a braccia aperte e mi chiesero con affanno di mettere ordine nelle menti di quei poveri cristiani che desideravano occupare il tempo in modo più redditizio. Sedetti sul tavolo che faceva da cattedra, ricordo, e passai più di un’ora a dialogare con loro sul battesimo, sulla comunità, sul peccato originale. E lo feci con semplicità, tanto da apparire  alla mamma di Giovanni strano nei modi e interessante nel linguaggio.

    Non sempre accolgo di buon cuore le critiche che si rivolgono all’apparato ecclesiale, ma con animo ingenuo continuo a sollecitare chi opera nella Chiesa a riscoprire i valori semplici che di un “mistico” fanno un “rivoluzionario”.

    Nella contemplazione, dove alberga il convincimento dei limiti delle proprie idee, prende risalto il valore e la necessità di condividere le esperienze di altri come ricerca e come arricchimento progressivo della propria spiritualità. Il sacerdote, fragile nella sua umanità, ma onesto nell’essere prete,  è lui il pane fragrante di cui oggi si ha voglia.

    Ormai non frequento più gli incontri mensili del clero e la pigrizia può avere  larga  parte in questa mia decisione. Ma, a essere sincero, ciò che realmente mi tiene lontano da quei raduni è la paura di dovermi annoiare, non avendo alcuna speranza di creare dialogo. Infatti, è impossibile conversare là dove “dialogo” significa solo girare e rigirare nel mortaio la solita pappa, la pappa del poco coraggio, la pappa di un clericalismo che continua indisturbato ad ammantarsi di dubbia spiritualità, la pappa di un efficientismo che pretende testardamente di convivere con la vana speranza di cambiare le cose…

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