Ultimo aggiornamento:  23 Marzo 2022

Commento, da cittadino, alla sentenza del TAR

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  • Da qualche giorno è stata resa nota la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale sull’argomento di cui sopra. Nel discorde e rissoso opinionismo odierno sul miglior atteggiamento da assumere sul tema, che va da “le sentenze non si discutono” al “le sentenze si rispettano”, fino alle minacce di rivalse monetarie o addirittura fisiche sui giudici, il mio cercherà d’essere il più democratico e cristiano possibile (sottolineo la “e”).

    Per i meno informati ricordo almeno l’inizio dei motivi che avrebbero spinto prima il Sindaco Servadio ad una inequivocabile posizione di critica a quanto, su disposizione superiore, stava verificandosi nel “Colombo”, e poi, dieci anni dopo, il Sindaco Pocci a ricorrere al TAR. Era il 16/12/’2010, Berlusconi era capo del governo, la Polverini della regione Lazio, quando una conferenza unificata stato-regioni – ce lo ricorda il TAR nella sua sentenza- “sanciva la razionalizzazione/riduzione progressiva dei punti nascita con numero dei parti inferiore a 1000 l’anno”. Il 21/1/’11, su “Castelli notizie” usciva un mio articolo in cui informavo sulla serie di tagli di posti letto già attuata, presso il Colombo, e rafforzata da messa fuori servizio del sistema di cartelle cliniche nel caso che qualche medico o infermiere avesse voluto continuare ad accogliere pazienti divenuti, ufficialmente, “esuberanti” : 8 posti letto per assistenza a patologie neonatali, 2 in radiologia interventistica,  9 in otorinolaringoiatria,  2 in terapia del dolore. Come ho detto, era solo l’inizio, per il Colombo, come per la sanità laziale ed italiana della “razionalizzazione” a colpi di chiusure.

    Passo alle argomentazioni espresse dal TAR per motivare la propria decisione.

    Informando che l’Organizzazione mondiale della sanità “stabilisce il rapporto 650 parti /anno per la creazione d’un punto nascita “, e che “ la possibilità d’un punto-nascita con numerosità inferiore, e comunque non al disotto dei 500 parti/anno [come sarebbe la previsione per il “Colombo”]potrà essere prevista solo solo sulla base di motivate valutazioni, legate alla specificità dei bisogni reali delle varie aree geografiche interessate con rilevanti difficoltà d’attivazione dello STAM ( Servizio Trasporto Assistito Maternità) “. “La mancanza del numero minimo di parti per anno- continuano i giudici amministrativi- è perciò la ragione primaria e sufficiente della prevista disattivazione. Quindi prevengono l’obiezione che sia solo questione di soldi la ragione della disattivazione: ”a prescindere …dalle motivazioni economico-finanziarie della revisione della rete ospedaliera imposta dal piano regionale di rientro. Va infatti ribadito che lo stesso prerequisito [il numero di parti/anno superiore a 500] rappresenta non certo un mero parametro di economicità dell’azione amministrativa…” e spiegano che cosa “…ma uno standard operativo di sicurezza alla stregua di concordi e consolidate indicazioni scientifiche in materia, in particolare anche dall’OMS….secondo cui un parametro numerico inferiore non consente di conseguire il dimensionamento minimo previsto dal punto di vista dell’efficienza dell’investimento, sia soprattutto dal punto di vista della salvaguardia della salute delle partorienti e dei nascituri, essendo provato che più alto è il numero dei parti/anno, maggiori sono la manualità e l’esperienza degli operatori , e minore il tasso di complicanze e di mortalità” (Consiglio di stato III SEZ. , N.4392, 27/8/’14). Ciò premesso, comincio con l’osservare che di specificità geografiche incidenti sui tempi di raggiungibilità d’altri punti-nascita Velletri ne ha.

    Proseguo col far notare che, dopo aver due volte collocato in secondo piano il fattore finanziario come determinante le chiusure dei punti-nascita attivi per meno di 500 volte l’anno, il tribunale lo fa rientrare in pieno con l’espressione “efficienza dell’investimento”. Alla buona, da cittadino, visto che parliamo di numeri, calcolo anch’io. 500 parti l’anno fa esattamente 1, 37 parti al giorno. Dunque è probabilissimo che il personale lavori almeno una volta al giorno, quando non due, ma è troppo poco, bisogna “efficientarlo” facendolo lavorare di più, come raccomanda l’OMS, col suo parametro di 1,67 parti al giorno. Ma non è per risparmiare, affermano i giudici, è (controllate sopra se ho volgarizzato correttamente la citazione) SOPRATTUTTO per la salute di mamme e neonati, perchè più intensamente il personale lavora più diventa bravo.

    A margine di questa argomentazione, e sempre usando i numeri, mi vien da pensare che, con tali ritmi di lavoro, e con l’assoluta imprevedibilità d’una situazione d’affollamento della struttura per nascite ravvicinate, la possibilità d’un sovraffollamento d’una singola struttura aumenti in proporzione diretta del numero medio di parti. Ma un punto-nascita sovraffollato è costretto a respingere il caso in soprannumero, dal che un primo rischio mortale per madre e nascituro. Che diventa ancor più grave nel caso che anche la successiva struttura raggiunta, e “virtuosamente” marciante sul filo del pieno utilizzo delle proprie risorse umane e tecniche, sia costretta anch’essa al respingimento, con quasi certezza di conseguenze fatali per la sventurata puerpera. 

    Ancora a margine, non posso sottacere l’osservazione che il naturale costo umano d’una professionalità acquisita con ritmi incalzanti di lavoro è il possibile stress degli operatori, cosa che non può non aver che conseguenze di pericolo su chi sia affidato alle loro mani.  Finalmente, portandomi da un punto di vista esterno ma congruente al tema, mi pare che una diminuzione di carichi di lavoro degli operatori derivante da una diminuzione del parametro parti/anno incrementerebbe l’occupazione di tanti giovani ora costretti ad emigrare.

    M’avvio a concludere con un’osservazione da democratico.

    Il caso finora trattato m’appare come un esempio di scuola fra i tanti, d’un fattostridente con la democrazia: che, su un punto sul quale l’opinione pubblica è larghissimamente orientata in una direzione, quando esso è “lavorato” nel processo della legificazione, il risultato dimostra “ex opere operato”, che il legislatore non ha tenuto conto dell’aspettativa generale, del giudizio di quel popolo che lo ha eletto. 

    Concludo parlando da cristiano.

    Fin dalla mia infanzia, per bocca del clero veliterno, e poi sempre, anche in altri ambienti e nella temperie culturale dello spazio e tempo della mia vita, ho sentito esaltare con commozione il valore sacro della vita umana. Che esso venga relativizzato, con calcoli ragionieristici, rispetto ad un valore sovraordinato, quale che esso sia, discorda da quella concezione. Ovviamente anche in questo caso non si può sfuggire alla realtà immanente dell’economia. Quello che mi sembra possibile ed auspicabile è che il valore monetario d’una vita, già svalutato dai tagli del 2011 e successivi, sia almeno rivalutato, a spese dell’ ”efficienza”.

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