Ultimo aggiornamento:  26 Luglio 2021

Hikikomori: l’isolamento estremo degli adolescenti

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  • Il termine ‘Hikikomori’ è stato utilizzato per la prima volta dallo psichiatra giapponese Saitō, riferendosi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale. Il suo significato letterale è infatti ‘stare in disparte’ e indica la volontà di rinchiudendosi nella propria abitazione, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni). Questo fenomeno sembra riguardare principalmente i giovani maschi dai 14 ai 30 anni. Saitō (1998) descrive inoltre i segni tipici di questa sindrome: ritiro ed evitamento sociale per almeno sei mesi, fobia scolare e abbandono scolastico, apatia, inversione del ritmo circadiano veglia – sonno, comportamento violento in famiglia, in particolare verso la madre, soprattutto caratterizzante è l’autosegregazione del soggetto nella propria camera. L’ampia diffusione del fenomeno tra adolescenti e giovani adulti ha spinto, agli inizi del 2000, il Ministero della Salute giapponese a condurre uno studio sistematico e a elencare alcune caratteristiche e sintomi specifici: a) Stile di vita centrato all’interno delle mura domestiche senza alcun accesso a contesti esterni; b) Nessun interesse verso attività esterne (come frequentare la scuola o avere un lavoro); c) Persistenza del ritiro sociale non inferiore ai sei mesi; d) Nessuna relazione esterna mantenuta con compagni o colleghi di lavoro; e) Si esclude la diagnosi di hikikomori qualora sia presente un disturbo psichiatrico di maggiore gravità che possa sovrapporsi ai sintomi di ritiro sociale (schizofrenia, ritardo mentale, depressione maggiore etc).

    DIFFUSIONE GLOBALE E IL FENOMENO IN ITALIA

    Inizialmente l’hikikomori era visto come un fenomeno unico nella società giapponese, ma più recentemente è stata considerata una condizione molto più globale, che ottenuto una risonanza sempre maggiore a livello internazionale quando ci si è resi conto che non riguardava esclusivamente l’Estremo Oriente. Le manifestazioni in effetti andrebbero comprese come una atto reazionario alla società contemporanea , una sorta di disagio adattivo sociale in senso più ampio. In Italia diversi lavori hanno riferito comportamenti simili a quelli dei coetanei giapponesi (Piotti, 2012). Gli studi hanno rivelato l’esistenza di adolescenti che riducono il propria rapporto con il mondo alla sola relazione mediatica e talvolta evita anche questa forma di contatto, isolandosi completamente. La stima si aggira intorno ai 100 mila casi; questi ragazzi non vanno a scuola e non escono di casa. Tali condotte si accompagno con un progressivo annullamento delle relazioni con i pari e il ritiro nella propria camera, qui il tempo è lasciato scorrere senza far nulla o, nel migliore dei casi, l’impegno è rivolto ad attività solitarie come il disegno, i videogiochi, la lettura di fumetti e l’uso di internet. I rapporti familiari sembrano caratterizzati da un padre assente e una madre molto legata al proprio figlio, ma in costante ansia per le azioni e le sue scelte e poco capace di gestire il rapporto con lui e porre dei limiti.

    POSSIBILI CAUSE

    Per cogliere la profondità di questo malessere, sviluppatosi nel nuovo millennio, è importante annoverare alcune delle cause riscontrate:

     caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente sensibili e inibiti socialmente. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà della vita;

     familiari: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili concause. I genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale spesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto;

     scolastiche: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo, spesso dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo;

     sociali: gli hikikomori sviluppano una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano di fuggire. Per quanto riguarda la dipendenza da internet, questa viene spesso considerata come una delle principali responsabili della comparsa del fenomeno, in realtà essa rappresenta una conseguenza dell’isolamento e non una causa.

    PER UNA COMPRENSIONE MILTIDIMENSIONALE

    Ad oggi è ancora accesa la discussione sull’identificazione dell’hikikomori come una psicopatologia o come fenomeno sociologico e antropologico. Ad esempio il collettivismo è fortemente radicato in molte culture, ciò consente frequentemente la possibilità di formare dei gruppi sociali definiti. Quando tuttavia si verifica una situazione in cui un individuo lascia il gruppo, in particolare legato alla scuola o al posto di lavoro, inizia l’isolamento che può durare per giorni, settimane o mesi, trascorsi la maggior parte della volte in casa. Diventa particolarmente oneroso dover colmare le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei; l’impossibilità di rispondere in modo adeguato alle eccessive pressioni di realizzazione sociale fa si che i ragazzi sperimentino sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento. È evidente una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. La reclusione sembra così l’unico strumento per manifestare il proprio disagio alla comunità o il proprio dissenso per le sue norme.

    L’Hikikomori ha  anche un innegabile impatto negativo sulla salute mentale dell’individuo colpito. In assenza di una chiara diagnosi di disturbi psichiatrici, molte persone con hikikomori si trovano in una sorta di ‘zona grigia’ e di fatto l’assenza di diagnosi non equivale all’assenza di sofferenza psichica. L’isolamento dell’hikikomori non è necessariamente causato dalla depressione o riconducibile semplicemente a un disturbo d’ansia; infatti è stata comunque rivelata l’esistenza di un “hikikomori primario”, ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo preesistente. È possibile anche considerare l’hikikomori  come una reazione allo stress, non necessariamente inglobata all’esistenza di disturbo psicopatologico in senso stretto.  Alcuni tipi di hikikomori potrebbero essere un particolare tipo di strategia di coping, cioè una strategia di evitamento in risposta a situazioni stressanti che coinvolgono situazioni e giudizi sociali. In questo senso, il fenomeno dell’hikikomori potrebbe non essere un disturbo in sé, ma eventualmente trasformarsi in tale a causa della sua condizione prolungata.

    È evidente che l’ hikikomori  è una condizione di recente indagine, ciò comporta approfondimenti e studi sull’argomento per meglio comprenderne la complessità. In sostanza ciò che caratterizza l’hikikomori è il senso di solitudine e di isolamento, rimane quindi fondamentale non trascurare i segnali che i ragazzi tendono a manifestare, qualunque sia il nome e le caratteristiche che il mondo scientifico e accademico propone. È possibile sostenerli con appropriate strategie terapeutiche, intervenendo oltre che individualmente, anche sul contesto, sulla famiglia e sulle relazioni in toto.

    Bibliografia Iazzetta S., Calussi P., Buonanno C. Hikikomori: il rifiuto del Sol Levante. Quaderni di psicoterapia cognitiva n. 41 Anno 2017 Ministry of Health, Labour & Welfare (2003). Community mental health intervention guidelines aimed at socially withdrawn teenagers and young adults. Tokyo: Ministry of Health, Labour & Welfare Piotti A. (2012). Il banco vuoto – Diario di un adolescente in estrema reclusione. Milano: FrancoAngeli Saito T. (1998). Shakaiteki hikikomori: owaranai shishunki (Social withdrawal: a neverending adolescence). Tokio: PHP Shinsho  Takairo A. Kato, Shingenobu Kanba, Alan R. Teo (2019). Hikikomori : Multidimensional understanding, assessment, and future international perspectives. PsychPsychiatry and Clinical Neurosciences, Volume 73, Issue 8

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