Ultimo aggiornamento:  14 Dicembre 2021

I paradossi della sostenibilità

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  • Il centro studi ConsumerLab ha pubblicato in Ottobre il Rapporto “ Sostenibilità alla sbarra”, che mette in evidenza le diverse criticità che impediscono, o rallentano, da una parte l’adeguato riscontro ai presupposti del Next Generation EU della stragrande maggioranza delle imprese, e dall’altra il corretto coinvolgimento dei cittadini consumatori. L’intento è quello di approfondire e chiarire le tematiche che supportano la trasformazione sostenibile del modo di produrre e consumare, per stimolare una riflessione sullo stato dell’arte.  Il Rapportoevidenzia alcuni paradossi a conferma che l’impegno per la trasformazione verso uno sviluppo sostenibile è ancora blando e non riesce a sottrarsi alle leggi del mercato.

    Prima di passare ad elencare i tre paradossi evidenziati nel Rapporto è bene ricordare il significato e gli obblighi del Bilancio di Sostenibilità.

    Per capire cos’è il Bilancio di Sostenibilità è bene distinguerlo dal bilancio d’esercizio: quest’ultimo si configura infatti come un attestato obbligatorio per legge a cui può accedere lo Stato per verificare dati finanziari come entrate, uscite e dettagli utili. Mentre il Bilancio di Sostenibilità guarda ad un’attività in modo più completo rispetto al bilancio d’esercizio, non preoccupandosi solo del mero aspetto finanziario, ma dell’impatto che quella realtà ha sul territorio, l’ambiente e l’aspetto sociale. Il modello da seguire per la preparazione di un Bilancio di Sostenibilità è quello della “Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI)”, conosciuto anche con la dicitura inglese “Corporate Social Responsibility (CSR)”, e comprende tutti quegli interventi atti a conciliare il profitto dell’impresa con l’attenzione all’ambiente e al sociale. 

    Il primo paradosso è proprio la scarsa diffusione dei Bilanci di Sostenibilità: il numero di quelli redatti è irrisorio rispetto alle imprese che sarebbero nella necessità di produrlo. Il rapporto tra i Bilanci di Sostenibilità pubblicati e imprese con più di 20 addetti è dell’1,76%; il rapporto tra i Bilanci di Sostenibilità pubblicati e imprese con più di dieci addetti è dello 0,63%. Solo il 28.2% delle 1.915 principali Imprese italiane (Classifica Mediobanca) presenta un Bilancio di Sostenibilità; in particolare le prime 345 banche si fermano al 18,2%; delle 76 Società di Assicurazione il 27.6% lo presenta. Oggi solo le imprese d’interesse pubblico (meno di 200) sono obbligate a redigere un Bilancio di Sostenibilità, o meglio, una DnF – Dichiarazione non Finanziaria. Parlare tanto di Sostenibilità è servito a poco se questa è la realtà!

    Un secondo paradosso rilevato dal Rapporto è che oltre il 20% delle pubblicità delle imprese parla di sostenibilità : una “comunicazione fuorviante”, perché non ha riscontro in maniera concreta e dimostrata. Inoltre, il Rapporto rileva nel corso del 2021 una tendenza in calo dei contenuti con riferimenti alla sostenibilità. Dimostrare la sostenibilità di un’impresa non è certamente facile; si tratta di attività e processi che non possono essere rappresentate da affermazioni a scopo propagandistico, bensì fatti concreti. Il fatto che sia un requisito sempre piu apprezzato spinge talvolta alla strumentalizzazione pubblicitaria.

    Il terzo paradosso è che solo una minoranza dei cittadini consumatori ha cognizioni sufficientemente chiare del concetto di sostenibilità e la maggioranza di questi la riduce al rischio ambientale legato all’inquinamento di aria e acqua e al cambiamento climatico. “La parola sostenibilità è sulla bocca di tutti ma pochi sanno veramente in cosa consista”, osserva il Rapporto, che evidenzia anche come i media puntino sulle “notizie ad effetto”, spingendo un tipo di comunicazione che agisce sulle intenzioni e poco sui comportamenti che restano condizionati dai bisogni nell’immediato e dalla quotidianità.

    Il Rapporto richiama alle proprie responsabilità tutti i protagonisti dell’architettura sociale, ognuno per la sua parte:

    La Sostenibilità è possibile in un ecosistema dove tutti fanno la loro parte, dalle Istituzioni ai Cittadini Consumatori, dalle Imprese alle Associazioni tra imprese.

    Le Istituzioni devono rendere più vincolante il criterio di Sostenibilità nella loro programmazione, quindi nei loro investimenti.

    I Cittadini Consumatori hanno buona consapevolezza che la Sostenibilità è importante ma traducono poco questa consapevolezza con scelte concrete, limitandosi a piccoli gesti d’effetto e rimanendo ancora più legati al rapporto qualità/prezzo.

    I Cittadini Consumatori devono poter scegliere avvalendosi di un indicatore sintetico in grado di “misurare” la Sostenibilità vantata da una attività produttiva. Dimostrare con semplice immediatezza il proprio valore sostenibile consente all’Impresa di rassicurare i Cittadini Consumatori e influenzarne le scelte.

    L’impegno per la Sostenibilità deve assumere un ruolo strategico, convinto e consapevole. Non si tratta di stravolgere l’Impresa, ma di ammodernarla allineandola all’evoluzione dei tempi che richiedono, oltre l’innovazione tecnologica, il vantaggio civico, l’attenzione al divario sociale, trasparenza, correttezza e lealtà nella gestione; senza dimenticare il rispetto per l’ambiente. Per esempio, servono progetti che tengano conto dei prodotti a fine vita.

    Si calcola che entro il 2050 saranno prodotti rifiuti per 78 milioni di tonnellate per fine vita dei pannelli solari. Si tratta di circa quattro miliardi di pannelli solari. Ma questi pannelli non sono stati pensati perché le materie prime al loro interno possano essere estratte e poi usate di nuovo, quindi è probabile che in gran parte non saranno recuperate. Economia circolare significa anche progettare tenendo conto del fine vita di un’apparecchiatura. Dobbiamo immaginare il nostro futuro avendo fin dall’inizio come obiettivo l’economia circolare. Dovremmo pensare ai rifiuti come a una risorsa, per offrire alla società il massimo dei benefici e tecnologie davvero sostenibili. Una bella sfida!

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