Si ha difficoltà talvolta a mantenere la calma, specie quando l’interlocutore non è sincero e si sforza con fare diplomatico di dare risposte vaghe a domande ben precise. La diplomazia è un’arte che non tutti posseggono, è una scienza che non tutti conoscono. Per molti la diplomazia consiste semplicemente nel non dire nulla, là dove necessitano invece indicazioni chiare, là dove fanno male le congetture equivoche e le verità dette a metà.
Non la Chiesa, ma il Vaticano si vanta di avere il migliore Corpo Diplomatico del mondo e, politicamente parlando, non dovrebbe esserci sorta di difficoltà nell’accettare una tale posizione di prestigio. Il danno viene quando, con la stessa “arte” che si insegna in quella scuola, si vogliono condurre i rapporti tra gerarchia e fedeli.
A dire il vero non so che farmene di quei vescovi che pretendono di mettere insieme i loro sacerdoti aggiustando questioni col solo gioco delle parole, quando, invece, per andare oltre le miserie, si avrebbe bisogno di una particolare carica di carità, possibilmente cristiana. I valori cristiani, infatti, nella loro attuazione seguono la norma evangelica del “Sì, sì… no, no!”. Certe situazioni, invece, incancreniscono all’interno delle piccole comunità proprio per mancanza di chiarezza, per opportunità legate a interessi particolari, per la non voglia di conoscere la verità dell’altro. Una diplomazia che vuole salvare capra e cavolo col confondere le idee, col fare d’ogni erba un fascio, col sottolineare solo una porzione della realtà, magari condannando l’altra che non va a genio, oltre a non risolvere i problemi, incentiva i pettegolezzi, lasciando sul campo in questo modo vittime innocenti.
Le stesse comunità diocesane non sanno cosa farsene di quei vescovi che con abilità sfuggono alle richieste e alle istanze dei propri fedeli, rifiutandosi di ascoltarli o fingendo di porgere orecchio, mentre continuano a coccolare nelle loro menti decisioni che per testardaggine o per partito preso non cambieranno mai. La diplomazia in questo caso è strumento indegno, perché imbroglia le persone semplici e prende in giro chi in buona fede tende ancora a fidarsi.
L’esempio dei vescovi che giocano con le parole contagia i preti, lo stile di non dialogo dei preti dilaga negli ambienti parrocchiali e investe gli operatori laici, i quali, più preti dei preti, sono l’ultima rifinitura di una mentalità bigotta che sfocia inevitabilmente presso gli altari per diventare preghiera ipocrita.
E’ questa purtroppo la realtà che appare ai miei occhi.
So di non essere diplomatico per niente, neanche quando la prudenza sembra dovermelo imporre. Non voglio usare diplomazia, pur avendo le risorse per farlo, perché penso che le vie traverse disturbano comunque i rapporti con l’altro.
Un giorno chiesi al mio vescovo se togliermi il titolo di parroco era stato conseguenza di talune mie responsabilità o piuttosto semplice applicazione di una legge che lo prevede:
– No, no… non è per colpa tua che ho preso questa decisione… però tu rompi le scatole… però tu calpesti i piedi al prossimo. I parroci, per esempio, mi dicono che sono ben attrezzati per fare il catechismo di prima comunione e non vedono perché mai tu debba sottrarre loro i bambini.
Finalmente parole chiare, finalmente una denuncia esplicita. Il ruolo di rompitore di scatole mi sta bene, perché può rendermi addirittura simpatico, ma l’essere considerato un massacratore di piedi altrui, questo mi infastidisce; è come se, quale tiranno, prevaricassi notte e giorno su persone che con passione svolgono il loro lavoro.
Non nego possano esserci parroci e realtà parrocchiali che offrono ai propri fedeli attrezzature fantastiche: aule per catechismo ampie e ordinate, campetti da gioco ultimo grido, sale per spettacoli con aria condizionata e poltrone di velluto, chiese enormi capaci di accogliere folle di devoti… Qualche dubbio mi viene, però, quando in quelle realtà materialmente ineccepibili metto il naso per valutarne l’attrezzatura umana. E, se per attrezzatura umana si intendono i catechisti, vedo lì talvolta schiere raccapezzate di giovani a fare da “educatori”; o gruppi di signore anziane a reggere, come zie votate all’eroismo, l’esuberanza dei bambini. Dei sacerdoti, poi, in quegli ambienti che si dicono “attrezzati”, spesso vedo appena l’ombra, un’ombra che vaga e si materializza di tanto in tanto nelle fumose e rare riunioni dei genitori.
Io ladro di bambini e incantatore di genitori, io mistificatore e ciarlatano, imbroglione e impostore, truffatore e turlupinatore di anime… Sono stato tutto ciò per alcuni miei amici solo perché, standomene tranquillo al mio posto, ho lavorato.
Là dove c’è libertà di scelta non penso possa esserci spazio per abusare del proprio ufficio, della propria autorità, dell’altrui fiducia per trarne addirittura un vantaggio illecito. Ed è la libertà di scelta che io vado difendendo, questa volta sì, dalle circolari che in nome dell’uniformità fanno dei fedeli “acefali fruitori di servizi imposti”.