È nel segno della gratitudine che mi urge di esprimere il sollievo, la soddisfazione, il rifiorire in me, insieme a tanti, d’uno slancio di speranza.
Gratitudine verso chi?
Una delle espressioni più frequenti, a volte anche a sproposito, sulle bocche degli islamici è “Hamdu lillahi”, “Grazie a Dio”, proprio come su tante di abitanti del nostro sud. E quindi permettetemi d’iniziare da questa gratitudine, traducibile, per chi non abbia fedi religiose, ma comunque un’anima identica a quella di chi le ha, in un nuovo fluire di speranza nell’umanità in generale, nella vita, nella condizione umana. Poi gratitudine per gli animatori e partecipi della varia galassia d’iniziative, oramai reiterate senza stanchezza da venti due mesi, a favore di Patrik. E cito solo, fra mille altre, quelle, superiori ad ogni elogio, della città di Bologna, con la punta di diamante del suo millenario Ateneo, che ha dimostrato al mondo fino a che punto,in un’istituzione scolastica, degli insegnanti possano divenire più che padri, e dei compagni di studi più che fratelli, di uno studente straniero. Di Amnesty International, che ha condotta una delle sue più efficaci disseminazioni del proprio principio costitutivo, l’adozione d’un prigioniero di coscienza. Di quell’anziano venuto in bici da Padova a Roma per sollecitarvi i centri del potere.
Ancora per quei parlamentari che hanno trovato un punto di convergenza- come si dice oggi- nel raccomandare al Governo di concedergli, nonché la cittadinanza italiana, e per quei 200 sindaci italiani pronti a dare la cittadinanza comunale onoraria a Patrik. Per quei diplomatici che, muovendosi soprattutto fuori dai riflettori, hanno lavorato per lui, ed hanno avuto il coraggio di stargli fisicamente vicini nei momenti di decisioni giudiziarie.
Pure per quei giornalisti anche televisivi che hanno concesso a questo argomento, ingombrante e scivoloso nel quadro dei buoni rapporti Italia-Egitto sul piano della vendita di fregate e dell’acquisto di prodotti petroliferi, un certo rilievo.
E gratitudine anche per il giudice firmatario della scarcerazione, insieme a quelle persone sia del potere giudiziario che esecutivo che hanno permesso questo atto. Abnorme, intollerabile, scandaloso, sia formalmente che sostanzialmente, è stato il comportamento dei poteri sopraddetti contro Patrik Zaki.Ma proprio perciò questo atto d’umanità ha rotto inequivocabilmente quell’atmosfera, ed ha richiesto a chi ha osato compierlo uno sforzo che non deve esser ignorato. In altre parole la scarcerazione sottintende un giudizio sulla non pericolosità sociale, sulla non probabilità per lui di reiterazione del reato, di manomissione di prove, di fuga. E questo è molto, se non moltissimo; non deve esser ignorato nell’esultanza. Immagino che in Egitto tutti i coinvolti nell’attacco a lui stiano interessandosi a fondo alle reazioni del nostro mondo, soprattutto per calibrare la prossima mossa, il giudizio nel processo di febbraio.
Se questo sforzo di de-demonizzazione di Patrik sarà apprezzato, se qualcuno di noi dirà “c’è un giudice al Cairo”, se quell’atto servirà a rianimare la fiducia mondiale nella sopravvivenza d’una legalità, affondante radici millenarie nei codici e trattati del diritto islamico, e che era stata brutalmente calpestata in questo caso, come, peggio, in quello di Giulio Regeni, inevitabilmente sia i giudici di merito che le sopravvivenze sane del potere esecutivo saranno spinti, scagionando Patrik in sede processuale, a dimostrare più completamente quello che potrebbe esser definito “ritorno alla legalità formale e sostanziale” .
E qui s’inserisce il tema della cittadinanza italiana. Forse nessuno più di me è entusiasta di questa iniziativa, ho firmato per sostenerla. Però cerco di guardarla con gli occhi delle istituzioni egiziane. Intanto abbiamo avuto un saggio di quale protezione sia stata, in Egitto, la cittadinanza italiana per Giulio Regeni, cioè meno di zero. Lo sarebbe di più per Patrik? Immagino che i “giudici pentiti”, che volessero scagionarlo, saputo che lui si “scuderebbe” da loro sotto una cittadinanza straniera, potrebbero, quasi naturalmente, sullo slancio promosso dal senso di “nemico della patria” che essi ravviserebbero nel “Patrik cittadino italiano”, pensare in questo modo:” Bello, ti abbiamo scarcerato, e tu ti vergogni d’essere egiziano? Allora ti condanniamo, formalmente perchè hai difeso i cristiani in Egitto, ma realmente perchè hai rinnegato la tua patria “. Forse l’incubo maggiore gravante sulla libertà ritrovata di questo ragazzo.