Non abbiamo ancora fatto in tempo a riprenderci dai disastri economici e dai lutti causati dal Covid 19, che già una nuova calamità sembra iniziare a scorgersi all’orizzonte: “il vaiolo delle scimmie o Monkeypox”.
Il vaiolo delle scimmie, una malattia finora rara, è causata da un pox virus, che è strutturalmente correlato al virus del vaiolo dell’uomo, questo ormai eradicato, che negli esseri umani provoca una malattia simile, ma di solito più lieve.
La cosa strana, che preoccupa gli infettivologi di tutto il mondo, è che questa malattia era confinata all’Africa, con pochi rari casi che arrivavano negli altri continenti, ed autolimitantesi. Esclusivamente portati da persone e o animali che si erano infettati in quei luoghi. Invece ora assistiamo ad un proliferare di casi, in Europa e nel mondo, che riguardano persone che non sono state in Africa ed apparentemente non hanno avuto contatti con persone infette. La malattia umana di Vaiolo Delle Scimmie si è da sempre verificata in Africa, dove il virus è endemico, cioè circola a bassissima intensità fra le popolazione, sporadicamente e in occasionali epidemie. La maggior parte dei casi segnalati si verifica nella Repubblica Democratica del Congo, ed anche in Sierra Leone, Liberia, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo e Nigeria, che ha subito la più grande epidemia recente. Si ritiene che l’aumento di 20 volte dell’incidenza, in questi paesi Africani, possa essere dovuto sia perché le persone invadono sempre più gli habitat degli animali selvatici, che sono il serbatoio naturale del virus, sia alla cessazione della vaccinazione contro il vaiolo nel 1980. Infatti le persone che sono state vaccinate contro il vaiolo, anche oltre 25 anni prima, hanno un rischio ridotto di infezione da vaiolo delle scimmie. Negli Stati Uniti un focolaio di vaiolo delle scimmie si è verificato nel 2003, causato da roditori infetti provenienti dall’Africa, importati come animali da compagnia. L’epidemia coinvolse alcune decine di persone, ma non ci furono decessi.
TRASMISSIONE
Il vaiolo delle scimmie in Africa viene trasmesso dagli animali attraverso fluidi corporei, in caso di morsi di animali infetti, venendo a contatto con il loro sangue, liquidi corporei goccioline salivari o respiratorie emesse da animali infetti o consumando carne poco cotta. La trasmissione del vaiolo delle scimmie può avvenire fra esseri umani mediante il contatto con fluidi corporei, lesioni cutanee o goccioline respiratorie; il contagio sembra poter avvenire anche mediante oggetti contaminati. Il virus non può penetrare la pelle integra, mentre rappresentano un possibile punto d’ingresso le ferite (anche se non visibili), oltre ovviamente il tratto respiratorio e le mucose in genere (occhi, naso, bocca, genitali ed intestino). La trasmissione da persona a persona finora è un evento relativamente raro in termini di attenzione sanitaria, tanto da risultare ancora scarsamente caratterizzato. A spaventare di più è ovviamente la possibile trasmissione per via aerea, ovvero mediante goccioline di saliva, che induce quindi alla necessità di isolamento dei casi diagnosticati. È chiaro che nei paesi civilizzati lontano dall’Africa queste condizioni di trasmissione non ci sono e resta il mistero di come persone apparentemente senza alcun contatto con infetti possano aver preso il virus. Sappiamo che: AI FINI DEL CONTAGIO È NECESSARIO UN CONTATTO STRETTO (AD ESEMPIO STARE A LUNGO A DISTANZA RAVVICINATA O A SEGUITO DI BACI O RAPPORTI SESSUALI)
Allo stato attuale delle nostre conoscenze la trasmissione da persona a persona è abbastanza inefficace, e si pensa che si verifichi principalmente attraverso le goccioline respiratorie o lesioni cutanee in soggetti che sono venuti a stretto contatto con una persona infetta da vaiolo delle scimmie. Non sono documentati casi di trasmissione in ambiente ospedaliero o in comunità. Si constata anche una maggiore incidenza della malattia fra giovani maschi gay, ma, a parte il dato statistico, non c’è alcun presupposto che giustifichi questo. In Africa la maggior parte dei pazienti è costituita da bambini denutriti e che vivono in condizioni igieniche precarie, e lì il tasso di mortalità varia fra il 4 e il 22%. Sinora invece tutti i casi documentati in Italia ed in Europa non sono stati mortali
VAIOLO DELLE SCIMMIE (MONKEYPOX)
A seguito del suo ingresso nell’organismo, a prescindere dal punto (bocca, naso od una ferita) il monkeypox virus si replica nel sito di entrata, quindi si diffonde ai linfonodi più vicini. L’incubazione varia da una a circa tre settimane, ed il paziente diventa contagioso con lo sviluppo dei primissimi sintomi (e questo è il vero problema perché le lesioni non si sono ancora manifestate e la persona può non essere consapevole di essere ammalata), rimanendo tale finché tutte le croste non siano cadute. È ovvio che una persona con tutte le lesioni visibili sarà isolata e non determinante ai fini della diffusione del contagio. Naturalmente bisogna mantenere coperte le lesioni per prevenire la disseminazione del virus e prestare attenzione ad oggetti contaminati, ad esempio indumenti, lenzuola o asciugamani usati da questi soggetti. Alcuni dei casi confermati finora sono riconducibili a pazienti che si identificano come uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, ma secondo l’OMS non è corretto affermare che il vaiolo delle scimmie sia un’infezione a trasmissione sessuale, è invece più probabile che alcune delle infezioni attuali siano state trasmesse sessualmente perché in presenza di lesioni nell’area genitale. I sintomi iniziali includono , febbre (superiore a 38.5°), mal di testa, dolori muscolari mal di schiena, stanchezza e ingrossamento dei linfonodi (la principale differenza tra i sintomi del vaiolo e del vaiolo delle scimmie è che quest’ultimo provoca l’ingrossamento dei linfonodi, a differenza del vaiolo umano); a distanza di 24-48 ore da questi sintomi si osserva lo sviluppo delle prime caratteristiche lesioni in bocca, seguite dopo poco da lesioni cutanee in viso ed estremità, cioè mani e piedi, compresi palmi e piante che invece in altre malattie vengono risparmiati, ed assumono configurazione a grappolo. Esse sono caratterizzate da un esordio due o tre giorni dopo la comparsa della febbre con un esantema che parte dal volto per poi diffondersi a tutto il corpo, dapprima con macule poi papule, vescicole piene di siero, bolle e croste che sul finire della malattia si seccano e si distaccano, lasciando anche cicatrici permanenti. Le lesioni ed i sintomi regrediscono in alcune settimane. Possono svilupparsi infezioni batteriche secondarie a livello cutaneo e polmonare, che richiedono l’uso di antibiotici. La differenziazione clinica del vaiolo delle scimmie dal vaiolo classico e dalla varicella (un herpes virus, non un poxvirus) può essere difficoltosa. La diagnosi di vaiolo delle scimmie è basata su esami colturali, PCR (Polymerase Chain Reaction), immunoistochimica o microscopia elettronica, in relazione all’effettiva disponibilità dei test. Purtroppo non c’è nessun trattamento provato e sicuro per l’infezione da virus del vaiolo delle scimmie. E la vaccinazione con il vaccino del vaiolo umano non è scevra da rischi e rappresenta comunque un compromesso.
DOBBIAMO DUNQUE PREOCCUPARCI?
Il Monkeypox è una malattia che presenta un aspetto nuovo riguardo a quello che aveva in passato, si diffonde in luoghi lontani da dove era stata confinata sinora ed in modo quasi inspiegabile fra le persone. Finora non si è dimostrata mortale né tanto meno molto grave, ma il virus può modificarsi (certamente questo è un altro virus rispetto al Covid, con scarsa capacità di mutazione) e soprattutto diffondersi fra fasce di persone più giovani. Infatti per mancanza di vaccinazione e modi di vivere più promiscui, basti pensare a quello che avviene in una discoteca dove centinaia di ragazzi sono a strettissimo contatto per ore in ambienti spesso al chiuso e al buio, quindi eventuali lesioni non possono essere rilevate. Oppure in tutte quelle occasioni dove le persone sono ammassate, eventi sportivi manifestazioni pubbliche ecc. Mi dispiace dovere far presenti queste cose, ma l’esperienza del recente passato ci ha insegnato a non sottovalutare queste nuove situazioni, anche se al presente non c’è una diffusione di questo virus tale da giustificare allarme, poche centinaia di casi nel mondo ad oggi, però in rapido aumento. Ma, come dicevano i Latini, una piccola scintilla può innescare un grande incendio. Nei limiti del possibile evitiamo i contatti ravvicinati e in spazi ristretti e stiamo attenti, senza cadere nella psicosi, a segni e sintomi che possano far sospettare la malattia, avvertendo subito le autorità sanitarie.
Professor Carlo Ricciuti
Specialista in Malattie Infettive