Caro Direttore,
è l’imbarazzo di una commemorazione “ingessata” del quarto anniversario del momento in cui don ( lo scrivo con la minuscola in omaggio al suo stile) Gaetano non avrebbe più potuto far fluire dalla propria persona fisica la sua traduzione ininterrotta della buona novella. Quindi è per evitare stonature appunto con quello stile che preferisco parlare di lui non convenzionalmente, in una lettera aperta al direttore, che sei tu.
Ma, a parte questa motivazione formale, ce n’è una sostanzialissima che mi ha spinto a scegliere te fra tanti: che sei tu, da quel giorno, a far fluire, attraverso la pubblicazione, anch’essa ininterrotta, di ciò che Gaetano aveva creato ed accantonato come sua eredità per il nostro futuro. Lui aveva sentito fino in fondo la verità dell’essenza del Logos “le parole che sono spirito e vita”.
E se ancor oggi Gaetano è un uomo pubblico, che settimana per settimana ci parla col suo inconfondibile accento, è te che io e tanti dobbiamo ringraziare.
Ho un grande debito con Gaetano, a parte quello abbastanza notorio per l’aiuto concreto che ha sempre dato alla mia “Velletri per il Mali”.
Un debito che risale ai primissimi anni sessanta, nei quali lo conobbi come vice-parroco di Santa Maria in Trivio. Quel giovane sacerdote – pur ancor “inquadrato” nel modello “normale”, ad uno sguardo attento e coraggioso già faceva prevedere quello che sarebbe diventato, con quel guardar dritto negli occhi, quella esigenza di schiettezza di rapporti, travalicante impetuosamente barriere di timori, rispetto imposto, convenzioni opportunistiche. Già allora, fin dal primo momento, il suo influsso sulla mia anima fu arioso, tonificante, rigenerante, mai e poi mai assillante o avvilente.
Anche quando mi allontanai per anni da Velletri, al ritorno la ripresa di contatto fu immediata, e fu alla sua ombra che crebbero le mie figlie, come poi anche i miei nipotini.
Mi fermo qui, perché se no scivolo nell’autobiografico, e parlare di qualcuno per parlare di sé sarebbe una cosa meritevole della sua allegra ma sferzante ironia che tanto amavamo.
Pier luigi Starace