Ultimo aggiornamento:  26 Marzo 2022

Ospedale da campo

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  • Carissimo Don G.,

    lei continua a sorprenderci.

    Credo che poche volte, come domenica scorsa, la messa sia stata seguita con tanta attenzione ed interesse. Sono certo che quelle parole di comprensione e di vicinanza che lei ha pronunciato riguardo le persone che ha invitato sull’altare non hanno potuto non destare gli stessi sentimenti anche in tutti i fedeli. La messa e’ stata un esempio di coinvolgimento, comunione, umanità e fratellanza.

    Non e’ facile prendersi la libertà di esporre i problemi della gente in modo diretto davanti a qualche centinaio di persone. Occorre grande determinazione e  coraggio per farlo, perché siamo tutti piuttosto riluttanti a far conoscere i nostri fatti più intimi a persone sconosciute. Gli amici sì, con loro ci possiamo sfogare; i nostri fratelli, sorelle, genitori, anche da loro possiamo trovare conforto senza provare alcun imbarazzo e senza timore di essere giudicati; esporre però le nostre sofferenze e i nostri problemi davanti a centinaia di occhi che ci osservano con quella particolare attenzione fatta all’inizio di profonda, o forse pensiamo noi di morbosa, curiosità, diventa un fatto fuori dall’ordinario, una cosa a cui non siamo abituati e potremmo di conseguenza reagire in maniera imbarazzante,  lei invece con la sua bonomia, comprensione e simpatia ha fatto diventare tutto una cosa normale.

    Alla luce di quello che e’ stato detto e che io ho provato la scorsa domenica credo che sarebbe un bene se coinvolgimento e partecipazione diventassero un fatto ordinario anche se temo che non sia impresa facile.  Noi siamo egocentrici anche per quanto riguarda le nostre sofferenze e le nostre difficoltà piccole o grandi che siano; sappiamo che nessuno ne e’ esente, tuttavia le nostre sono sempre speciali, diverse dalle altre, più profonde e corrosive. Invece, con  esempi come quelli di cui ci ha reso partecipi ci rendiamo conto che esiste un’umanità’ che  e’ gravata da difficoltà come le nostre, ecco allora la partecipazione, la comunione, la vicinanza e la comprensione da parte nostra: quelle persone sull’altare siamo noi con gli stessi problemi o problemi simili e, se anche completamente diversi non importerebbe perché sappiamo che se fossero dichiarati verrebbero recepiti e sentiti allo stesso modo da tutti.

    Quale beneficio traiamo  da quella condivisione?

    La consapevolezza che le difficoltà sono cosa universale, dovrebbe aiutarci a considerare le nostre meno gravi e speciali e ad accettarle, senza rassegnazione, però, perché essa e’ debolezza che conduce all’autocompatimento, ma accettarle con l’intima determinazione di affrontarle per poterle anche superare con intelligenza e buon senso.

    Cosa ne hanno tratto da quella condivisione le persone invitate all’altare?

    Se glielo domandassimo ci direbbero che hanno provato dentro di loro una grande consolazione. La si poteva leggere negli occhi umidi della mamma e nello sguardo del bambino. Ecco cosa dovrebbe essere la Chiesa: il luogo dove incontrare altre persone con cui condividere e comunicare, da cui ricevere e a cui dare consolazione, conforto e serenità: la chiesa di cui parla Papa Francesco, ossia, un ospedale da campo che cura e lenisce i mali e i dolori dell’anima.

    E’ da sottolineare in tutto questo il ruolo determinante dei bambini. I genitori gettano sempre un’occhiata su quello che scrivono i propri figli e se lo scritto riguarda difficoltà e incomprensioni che maturano tra le mura domestiche essi, per proteggere la loro intimità, avrebbero la possibilità di suggerire loro qualcosa di diverso eppure qualche volta non lo fanno ed il bambino, come in questo caso, diventa il tramite attraverso il quale comunicare se stessi.

    Sarebbe cosa meravigliosa poter coinvolgere tutti anche i non credenti al dialogo ed alla partecipazione, ma non illudiamoci, ricevuta la prima comunione le famiglie non frequenteranno più in modo così assiduo la chiesa. Troppe cose ci distolgono dalla sfera religiosa che in moltissimi casi è sentita soltanto come il perpetuarsi di una tradizione ultramillenaria; oltretutto, la chiesa con la sua chiusura su svariati temi non ha certo offerto grande prova di comprensione dell’agire umano.

    Non illudiamoci perché Papa Francesco da solo non sarà sufficiente e dopo di lui tornerà a regnare mammona, a quel punto la predicazione della bontà, della tolleranza, della comprensione e dell’accettazione tornerà ad essere opera svolta da pochi sacerdoti saggi e coraggiosi. Alcuni di questi si spera che stimolino anche a far scrivere genitori e figli come fa lei. (Gianni)

    E’ proprio così.

    La volontà e la fantasia di un prete possono serenamente agire su di un rito importante come quello della messa per dare spazio alle storie che si condividono, per valorizzare le pagine del vangelo che di quelle storie sono lo specchio, per riscaldare ulteriormente il mistero dell’Eucarestia che alla carne viva di Cristo aggiunge altra carne, altrettanto viva, altrettanto sofferente, altrettanto desiderosa di resurrezione.

    Coraggio, prete: buona volontà, fantasia e tanta fiducia in chi dai banchi della chiesa ti dà speranza.

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