Ultimo aggiornamento:  17 Novembre 2021

Luce verde

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  • Seconda settimana di novembre, foresta di Bialoweza.Lei non rispetta confini, si estende quanto le pare in Bielorussia e Polonia. Anche storicamente quel confine è poco rispettabile, perchè queste due etnie avevano in comune l’aver aderito alla confessione cattolica in un mondo a maggioranza ortodossa, poi addirittura l’essersi fuse in un solo stato, e finalmente-cosa atroce- aver avuto il destino, proprio 80 anni or sono, d’esser state quelle contro le quali l’aggressione hitleriana aveva perpetrate le più radicali distruzioni, le più mostruose stragi, anche impiantandovi i peggiori lager. 

    Ora i figli dei cattolici, della “grande Polonia”, delle vittime del nazismo, si fronteggiano come i più inveterati nemici, con mascherature integrali, stratificazioni di plastica dalla cima dei capelli a sotto i piedi. Ma, per il momento, i nemici, comuni nemici, sono altri. Sono i singoli di quella inerme mandra di profughi che ancora separa le due barriere armate.

    Per ora sono loro il target, di queste truppe scelte, pronte a sparare contro gli uomini, a spintonare con gli scudi donne incinte, ad aizzare cani-lupo contro bambini. Sono pronti a farlo gli uomini di Lukascenko, se la mandra, per disperazione, s’azzarda ad arretrare in territorio bielorusso, per tornare indietro. Sono pronti a farlo gli uomini di Morawiecki, se la mandra, per disperazione, s’azzarda a buttarsi contro i rotoli di filo spinato del confine, per entrare in territorio polacco. 

    Ed entrambi gli schieramenti, forse inconsciamente, come in una “location” ben scelta per un film storico, effettuano un revival di quanto accaduto ottantanni prima in quelle foreste. Ma le etnie sono cambiate: gli armati  non sono più i germanici delle SS e Gestapo, sono i figli dei massacrati un giorno da SS e Gestapo. Che non se la prendono con dei tedeschi, e neppure con degli aggressori, ma con dei profughi.

    In quella striscia di terra di nessuno   i due eserciti s’armonizzano a realizzare un lager di sterminio, stanti gli ordini dall’alto per entrambi: vietato l’accesso a chiunque, perfino alle organizzazioni umanitarie, ai giornalisti; vietato dare da mangiare ai profughi, ospitarli, curarli. Criminalizzazione preventiva d’ogni atto semplicemente di civiltà. Sospensione di tutti i diritti dell’uomo, compreso quello alla vita. E’ questa fotocopia delle disposizioni di Himmler per la Scioà che, per chi la prova sulla propria pelle, ha un nome: Europa.

    “La Polonia non è morta” inizia l’inno nazionale, composto nel 1797, quando quella nazione era stata aggredita da Prussia, Imperi asburgico e russo, e spartita fra essi.

    E’ così che voglio iniziare il controcanto di quanto esposto sopra.

    Il sindaco d’un villaggio della foresta, Kuznika, non s’è imboscato, ma s’è messo a girare tra le migliaia di “gorilla” plastificati senza paura di nessuno, per mantenere la civiltà contro la militarizzazione integrale: così che nessuno potesse dire che il territorio a lui affidato fosse “terra di nessuno”.

    In lui, la Polonia non è morta.

    Punte avanzate dell’associazionismo polacco, semplici abitanti della foresta, intellettuali impegnati, come una professoressa universitaria, e chissà quali altri non emersi sotto i riflettori, hanno violato coscientemente la legalizzazione da stato di guerra di crimini contro l’umanità come i divieti suddetti, dovuti all’ubriacatura sovranista dei loro vertici politici, ed hanno trasportato, addirittura da Varsavia, e donato, cibo, acqua, sacchi a pelo, tende.

    Mentre nelle altissime sfere nazionali e mondiali i ritenuti grandi scimmiottavano quelli d’ottantanni prima coi loro giochini di violazioni di spazi aerei, grandi manovre militari, accuse reciproche,  miserabili calcoli di popolarità, illudendosi di “fare grande politica”, queste persone hanno preso in pugno la situazione in cui erano state cacciate, ed hanno, pronte a pagare di persona, cercato d’imprimere una direzione a quella situazione, essere soggetti di storia attivi e coscienti, e non oggetti passivi. 

    In tutti loro la Polonia non è morta.

    L’abitante d’una casetta della foresta, come quella di Cappuccetto rosso, ha dotato una lampadina d’un contenitore verde trasparente, e l’ha accesa, di notte, semi-aprendo la finestra in modo che ne filtrasse la luce.

    Rischiava, come ottant’anni prima uno che avesse aperto la casa ad un ebreo fuggiasco.

    La luce della speranza è stata vista da una famigliola di turchi, ai quali ha spalancato la sua porta, e che ha ospitati da salvare, per cinque giorni. Turchi, i nemici storici dei cattolicissimi polacchi, ma ora solo fratelli, da salvare, col coraggio dei veri eroi.

    In lui, non so perchè direi soprattutto, la Polonia non è morta.

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