Ultimo aggiornamento:  25 Giugno 2022

Perchè sposare in Chiesa?

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  • Tra le colonnine che delimitano il sagrato della parrocchia e la gradinata che conduce al comune ci sono solo pochi metri. Capita talvolta di vedere piogge di riso abbattersi sull’uno e sull’altro versante, quasi contemporaneamente. I piccioni, che di quel riso fanno pranzo e cena, non si chiedono se la gioia chiassosa degli invitati, portatori di tanta abbondanza, viene dalla sala consiliare comunale o dall’altare della chiesa vicina: presto, loro, nella quiete della sera, si sazieranno di quel cibo e, svolazzando felici, grideranno: “Evviva gli sposi!…”.

    Da una ricerca fatta qualche tempo fa presso l’anagrafe di una cittadina che si adagia ancora contadina nei pressi di Roma, risultava che dei 320 matrimoni contratti nell’anno 2004, 223 li aveva benedetti il sacerdote, 97 erano stati assistiti in comune dall’ufficiale di turno.

    Il pastore di anime, dinanzi all’abbondante 30% delle pecorelle smarrite, si preoccupa e vorrebbe conoscere le  motivazioni dello smarrimento. E’ risaputo che almeno un terzo di quei nubendi era costituito da persone che, pur avendo scelto il matrimonio civile, non rinunciano alla propria  fede cristiana, né si dissociano dalla Chiesa Cattolica.

    Sarebbe interessante approfondire l’argomento, ma è meglio non lasciarsi distrarre da curiosità pericolose, perché di quelle scelte, senz’altro incoerenti, spesse volte sono responsabili gli stessi uomini di chiesa.

    Di incoerenza, del resto, si potrebbe parlare anche in casa nostra. Per rendercene conto basterebbe esaminare i motivi reali che indusse il restante 70% di quegli sposi a fare il rito religioso.

    Quando, a poche settimane dal matrimonio, in un colloquio privato, si pone la domanda “perché volete sposare in chiesa?”, in genere come risposta si ha dagli sposini la solita banale frasetta, quella che al momento serve a soddisfare le preoccupazioni del parroco. Se, invece, la domanda si pone, dando ai futuri sposi il tempo necessario per un discorso più ampio, meditato e messo per iscritto, il sacerdote, che si interessa al problema, scopre di avere a che fare con delle coscienze mature, desiderose di capire il perché di tante faccende. 

    Martina – Ho la fortuna di avere  un buon rapporto con Dio, una presenza sempre vigile che, nonostante le brutture di questo mondo, non ho mai messo in discussione. Ho voluto Dio con me anche e sopratutto il giorno del matrimonio.

    Riguardo al valore del sacramento cattolico è stato un problema grosso al punto che ho pensato per molto tempo di non sposarmi in chiesa, perché, se è vero che il mio rapporto con Dio non ha mai avuto fratture, i dubbi su tanti punti del credo cristiano-cattolico li vivo tutti e senza soluzione. Non volevo in un giorno tanto speciale dire bugie, promettere cose che non voglio mantenere, visto che alla base del mio matrimonio pongo la verità. Però ho dovuto all’improvviso fare una scelta: o dentro o fuori la Chiesa. Quando poi mi sono rassegnata alla cerimonia in comune mi sono sentita triste, ho sentito che la cerimonia avrebbe perso di valore, sarei forse stata più coerente, ma l’ho sentita come una resa, una rinuncia alla mia religiosità.

    Insomma, se vogliamo dirla in parole povere, me la sono aggiustata.

    Sono in molti i futuri sposi a pensarla in questo modo, anche se non tutti hanno i mezzi necessari per esprimere con chiarezza le proprie idee.  In questi casi il sacerdote ha un bel lavoro da svolgere per riportare tranquillità nei loro animi. Ci si trova dinanzi a persone che hanno dovuto fare tutto da sé, senza alcun aiuto da parte della chiesa. Da piccoli hanno ricevuto sì la comunione; certo, all’età di 12 anni circa  hanno affrontato l’impegno della cresima, ma da quel momento in poi, per molti di loro, c’è stato il vuoto, il vuoto più assoluto: il sacerdote, proprio negli anni più interessanti della formazione cristiana è risultato assente, assente ingiustificato.

    Massimiliano – Potrei scrivere delle banalità, ma ho scelto di riportare soltanto la verità. Per quanto mi riguarda ho deciso di sposarmi in chiesa, perché ritengo che la chiesa sia un luogo più vissuto e più emotivamente intenso rispetto al comune. E’ ovvio che dalla risposta che ho dato si capisce che sono ateo e la mia mancanza di fede mi induce a vivere il sacramento del matrimonio in modo del tutto diverso, rispetto a come lo vive e lo vivrà la mia ragazza.

    Personalmente avrei fatto anche a meno di sposarmi, perché penso che la convivenza sia altrettanto seria e importante.

    Il sacerdote, dinanzi a questa confessione onesta, si irrigidisce e vuole capire. Vorrebbe invitare i futuri sposi a lasciar perdere il “matrimonio sacramento”, data la poca convinzione da parte almeno di uno dei fidanzati. Poi, nell’approfondire il discorso e si rende conto che il ragazzo ateo non è ateo, ma ce l’ha  semplicemente con i preti… perché in passato sono accadute delle cose strane in famiglia.

    Le pecorelle, abbandonate a se stesse, nei  pochi contatti che hanno con l’ambiente chiesa, trovano solo fredda burocrazia o imposizioni prive di ragionevoli  giustificazioni.

    Katia – Credo che Dio in cuor suo abbia già da un pezzo benedetto il rapporto che c’è tra me e il mio ragazzo. Nella mia mente ho nitida l’immagine di Dio che ci guarda dall’alto e sorride, osservando la strada che abbiamo percorso insieme, quello che abbiamo costruito e ciò che siamo diventati. E ora penso sia arrivato il momento in cui Dio ci benedice pubblicamente, di fronte alle persone a noi più care. Finora abbiamo condiviso tutto insieme e quello che abbiamo costruito nel nostro rapporto è stato tutto  per me e per lui.

    Il giorno del nostro matrimonio Dio ci benedirà davanti al mondo e noi dichiareremo a Dio e al mondo che ce la metteremo tutta per continuare sulla nostra strada, stavolta come famiglia, per costruire la vita futura sulla base dei valori in cui crediamo.

    Finalmente una boccata d’aria fresca a rasserenare chi dalle statistiche aveva ricevuto un duro colpo. La speranza è una virtù cristiana da coltivare. Ma la speranza, perché non scada in pericolosa illusione, deve avere un fondamento certo. Questa, credo, sia la prova da superare negli anni che verranno. Nella testimonianza riportata or ora risultano chiari due fatti: da una parte la volontà di salvaguardare l’intimità della vita di coppia che Dio illumina già col suo sorriso, dall’altra la necessità di gridare al mondo un amore che, col diventare famiglia,  si fa sacramento.

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