Oggi, a 30 anni di distanza, la ricorrenza di Casabianca, assieme a tanti ricordi dolorosi stimola anche una riflessione amara: dopo tanto tempo, in un’epoca di tecnologie sofisticate e diffuse capillarmente ovunque, un “errore umano” analogo commesso su una ferrovia arretrata come era la nostra, ha causato ancora morte e distruzione. Quei ritardi sull’ammodernamento delle linee locali, dette anche secondarie, per un periodo addirittura “rami secchi” in attesa di essere tagliati, hanno generato un’altra tragedia, ancora più terribile.
I FATTI TRA ANDRIA E CORATO NEL 2016
Il 12 luglio 2016, tra Andria e Corato di Puglia infatti, lo scontro frontale tra due treni pendolari instradati sullo stesso binario in senso opposto, proprio come a Casabianca, ha causato 23 morti e 51 feriti. Un incidente fotocopia avvenuto dopo 24 anni. Stavolta sulla linea a binario unico gestita in concessione per il ministero dei trasporti dalla Ferrotramviaria Spa. Ricordiamo la scena raccapricciante del luogo dello scontro nella campagna pugliese. Anche in questo caso nessun dispositivo tecnologico adeguato era stato messo in campo come ausilio al lavoro dei capistazione. Il sistema antiquato del “blocco telefonico”, ovvero di fonogrammi scambiati tra capistazione per inviare o trattenere in stazione ciascun treno e regolare gli “incroci” in caso di ritardo, aveva funzionato per quasi un secolo, ma non ha retto alla prova dell’aumento esponenziale del traffico e delle velocità dei treni, che ha generato un prevedibile aumento proporzionale delle probabilità di un tragico ‘errore umano’.
LA REVISIONE DEI REGOLAMENTI DEL 2016
A Corato di Puglia mancavano i sistemi di distanziamento e controllo della marcia dei treni, ormai in uso ovunque, dispositivi che avrebbero prevenuto con ogni probabilità il disastro. Ma su quella linea, dopo 24 anni, la marcia dei treni era affidata ancora alla memoria visiva e alle telefonate tra capistazione, esattamente col sistema in vigore tra Ciampino e Velletri nel 1992. Solo dopo il disastro, nel settembre 2016 con un decreto ministeriale le linee ferroviarie minori, cosiddette “ex concesse” come quelle della Ferrotranviaria Spa, gestite e controllate direttamente dallo stesso ministero anziché dal RFI, sono state sottoposte ad una revisione severa dei regolamenti di circolazione, assimilandoli a quelle della rete nazionale e poste sotto la vigilanza dell’Agenzia Nazionale della Sicurezza, oggi ANSFISA. Un progresso notevole – senza costi – che poteva essere compiuto molti anni prima, ottenuto solo grazie al sacrificio di 23 innocenti.
LA STORIA SI RIPETE
La storia si ripete, mai uguale a se stessa ma con gli stessi meccanismi: dopo l’incidente di Casabianca furono forniti immediatamente i radiotelefoni e in pochi mesi furono attivati dei dispositivi automatici di controllo del traffico, dapprima riciclando quelli elettromeccanici già in uso su altre linee Fs e poi accelerando il passaggio al più sofisticato sistema a Telecomando, il quale opportunamente migliorato negli anni, è tutt’oggi in funzione. Tra Andria e Corato di Puglia analogamente, fino al giorno dell’incidente non c’erano ausili tecnologici adeguati ma dopo pochi giorni sono state adottate d’urgenza stringenti misure cautelative e avviati importanti interventi strutturali volti a migliorare – o meglio ad equiparare – le regole e gli standard di sicurezza esistenti sulle linee locali facenti parte della rete RFI.
LE FERROVIE “SECONDARIE”
Le chiamano secondarie ma ci viaggiano sopra milioni di cittadini in tutta Italia, che lavorano studiano, si spostano per ogni ragione. Su queste, i binari nuovi, gli investimenti e le tecnologie, quando arrivano, arrivano sempre per ultimi; sono le Cenerentole delle ferrovie. E si tenta di mettere delle ‘pezze’ quando vengono alla ribalta dell’opinione pubblica, solo dopo le tragedie. Come se per migliorare fosse indispensabile passare sempre attraverso uno spargimento di sangue.
IL RICORDO DI CASABIANCA
Quel pomeriggio di 30 anni fa è rimasto impresso nella mente di molti di noi, o perché viaggiavamo abitualmente col treno Velletri Roma, spesso e volentieri proprio sul ‘diretto’ delle 17 e 30, o perché avevamo familiari amici e conoscenti che lo facevano. La nostra città fu colpita dal lutto e dal dolore per la morte di due dei tre pendolari periti nell’incidente, Alberto Zaccagnini e Claudio Milletti e per le decine di feriti. Il terzo, Costantino Radu residente a Marino era di origine polacca. Una tragedia che ha colpito in pari misura pendolari e ferrovieri. Delle sei vittime infatti tre erano viaggiatori e tre erano macchinisti alla guida, Tommaso Cocuzzoli, Romeo D’Antimi e Gabriele Giammattei. Li conoscevo tutti, e conosco anche il quarto, allora giovanissimo geniere dell’esercito, rimasto gravemente ferito ma miracolosamente vivo, col quale ho lavorato di recente alla guida di un treno. Si, dopo 30 anni da quell’episodio, ammirevolmente, ancora fa il macchinista.
ERRORE UMANO O DISUMANO
E’ sempre molto facile dare la colpa solo “all’errore umano” commesso quel giorno da quel singolo operatore, nel nostro caso i capostazione come ultimo anello della catena di comando; più difficile – al limite dell’impossibile – è individuare il o i responsabili “dell’errore disumano” pianificato ai piani alti, dove si decide di accelerare o ritardare gli interventi di miglioramento tecnologico e di sicurezza delle linee e dei treni, scommettendo sulla buona sorte e giocandosi la vita di tante persone ai dadi sul lugubre tavolo verde dei bilanci aziendali.
DOLORE E RESPONSABILITA’
A tanto tempo di distanza da quel 27 gennaio 1992 non si po’ aggiungere nulla di nuovo sull’accaduto, il dolore dei familiari resta immutato, le responsabilità sono state accertate e la legge ha fatto il suo corso. Tuttavia tralasciando quelle giuridiche, che per il disastro di Corato di Puglia sono comunque ancora in corso di accertamento, ci sono responsabilità politiche e morali per la morte di altri 23 pendolari che potevano essere salvati se solo si fosse fatto tesoro delle lacune di quel “sistema”. Se avessimo saputo ascoltare la voce dei nostri 6 morti di Casabianca quel terribile sacrificio avrebbe salvato tante altre vite.
LA SICUREZZA PRIMA DI TUTTO
Così non è stato, perciò ciascuno di noi, ancora oggi, ha il dovere di fare la sua parte affinché il modo di amministrare la cosa pubblica, con specifico riferimento alla sicurezza, debba tener conto non solo delle partite contabili ma delle evidenze tecniche, delle esperienze, del valore della vita umana e dell’importanza della sua salvaguardia, per evitare che dolore e lutti si ripetano con questa crudele prevedibilità.
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