Ultimo aggiornamento:  27 Novembre 2021

“Lo scroscio”

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  • La potenza del Vangelo può essere irrefrenabile e sconvolgente anche ai giorni d’oggi, come lo è stato in altre epoche. La parola di Dio, se colta al di fuori  degli schemi fritti e rifritti delle omelie domenicali e se liberata  dalle sottili distinzioni dei moralisti che aggiustano ogni cosa a seconda degli interessi di qualcuno,  può esplodere vigorosa nelle realtà che abitualmente e con freddo calcolo ignorano i deboli e i poveri.

    Purtroppo gli apostoli di oggi, condizionati come sono dalla incapacità di trarre il meglio dalle molteplici spinte colturali e religiose che la società offre, risentono dell’appiattimento generale. Oggi si preferisce galleggiare, con qualche sprazzo di insana decisione, sulla superficie mefitica del pantano, anziché veleggiare sulle acque trasparenti dell’onestà.

    A cosa serve allora annunciare un vangelo riverito e  incensato nelle liturgie, se poi la Parola non esce come Buona Novella da quei libri dalle copertine argentate?… 

    All’interno della Chiesa manca lo scroscio rumoroso della cascata che, solo dopo aver sferzato le rocce, concede alle acque di riposare sul letto sereno del fiume. Il discorso di un Papa che si esaurisce nella condanna dei preti pedofili, può attutire i propri sensi di colpa, ma non risveglierà mai le coscienze di chi sguazza indisturbato tra mille malefatte di altro genere. Se si vuole riguadagnare fiducia presso i popoli, non credo sia sufficiente rivangare in ogni occasione un passato scandaloso e annaffiare con fervorini d’altri tempi gli animi dei seminaristi che si accingono a vivere il loro sacerdozio, senza coinvolgere, purtroppo, la propria sessualità  in un rapporto maritale preteso da madre natura… C’è bisogno di ben altro.

    Possibile che per provare l’ebbrezza  del vangelo bisogna uscire dalle chiese, dove la noia è pressoché di casa, e sedere comodamente nel proprio salotto, dinanzi al televisore che offre una fiction condotta da Gigi Proietti nelle vesti di un santo? Possibile che un prete, morto 415 anni fa, produce ancor oggi lo scroscio che lava le rocce e ossigena le acque, mentre migliaia e migliaia  di altri preti oggi in campo, compreso me, fanno appena solletico alle pur gravi situazioni presenti nel sociale? E’ tutta questione di Vangelo, e “il Vangelo è semplice”, rispose Filippo Neri al fraticello che gli chiedeva perché mai fosse così difficile metterlo in pratica.

    Nella predicazione dei giorni nostri manca la forza del torrente che, mentre travolge e conduce a valle le cose vecchie, lascia dondolare, ben radicati tra le rocce, gli arbusti freschi e trasparenti delle nuove speranze.

    Penso che non sia necessario essere santi per capire quanto semplice sia davvero il messaggio cristiano, ma, perché quel messaggio buchi lo schermo dell’indifferenza e raggiunga con la potenza di uno scroscio le coscienze tarde a convertirsi, ritengo sia importante che chi lo annuncia debba vivere dentro il “mondo”.

    Il “mondo” non è qualcosa da rifiutare, solo perché qualcuno con una cattiva interpretazione dei testi sacri  lo assimila al male, ignorando ipocritamente che in quel contenitore ci siamo tutti e tutti siamo responsabili dell’aria che vi si respira.

    Il “mondo” è la realtà delle cose, è la concretezza dei problemi, è la vita stessa che ciascuno cerca di condurre in armonia o in contrasto con altre esistenze. Il Vangelo perde la sua semplicità e la sua incisività, quando lo si fa diventare campo arido, dove  insecchisce, soffocato dalle schermaglie teologiche, la piantina appena nata nella speranza; dove  si giustifica un potere che contrasta con lo spirito di servizio; dove si cerca il pretesto per addormentare le coscienze,  anziché trovare la forza capace di scuotere dalle fondamenta il palazzo, quel palazzo che nei secoli gli interessi temporali hanno costruito.

    A me sacerdote capita spesso di entrare in crisi, specie là dove, caricando la proposta cristiana di eccessiva umanità, presumo di essere nel giusto, quando, forse più onestamente, potrei irrompere nella disputa del “ben fare”, dimostrando con i fatti semplicemente ciò che vorrei manifestare con le parole.

    Padre Tino, missionario in Brasile, così mi scrive:

    Grazie di cuore per queste tue brevi, ma preziose parole di commento al vangelo: sei un poeta. Rimango affascinato dal piacere di leggerti e dal fatto che quanto scrivi lo vivo qui in mezzo ai miei poveri. Vedessi i loro volti, rinascere, quando smonto certe imbecillità di leggi puramente umane spacciate per divine. E così il Vangelo torna ad essere la Buona Novella, libera dagli orpelli di quanti si sono, a torto, fatti giudici di Lei. (Tino)

    Quando anni fa qualcuno mi propose di stendere dei commenti al vangelo della domenica per pubblicarli poi sulle pagine di un giornale, rimasi soprappensiero non ritenendomi io, predicatore da quattro soldi, capace di svolgere un tale compito. Ora vengo a sapere che le mie parole, forse perché brevi quando viaggiano su internet, sono addirittura preziose per qualcuno, e  suscitano perfino un certo fascino.

    Se non conoscessi la sincerità dell’amico Tino, mi preoccuperei per i complimenti che generosamente mi concede. Ma il motivo che più mi conforta sta nel risvolto positivo che un missionario dice di trovare nell’espressione gioiosa dei poveri, quando della Parola comprendono il senso. 

    Per annunciare la Parola, comunque, si ha bisogno di parole.

    Debbo farmi convinto di ciò, se desidero  con fanciullesca semplicità alimentare in me l’illusione di poter essere anch’io il timido “scroscio” della cascata la cui acqua si perde tra i sassi  per riapparire  più in là tra il muschio odoroso del ruscello, ignara della sua provenienza. 

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